I neocon alla guerra virtuale

Google? Un “parassita” e un “grande fratello”. Wikipedia? Una “banda di ciechi” che guida una massa di non vedenti perpetuando ignoranza. Quanto a YouTube, è il trionfo dell’assurdo mentre Second Life è un luogo in cui si può “uccidere qualcuno senza conseguenze”. I blog, infine, altro non sono che un esercito pronto a “confondere l’opinione pubblica” su ogni questione. Ammettiamolo: in tempi in cui una anche un peto rilasciato nella seconda vita virtuale conquista articoli di giornali manco fosse l’ultima uscita di Mastella, sentir parlar male di Internet, della partecipazione online e di mondi popolati di avatar ha un suo potenziale liberatorio.E’ probabilmente anche per questo che il testo da cui sono state tratte queste citazioni, The cult of amateur, l’ultimo libro del giornalista anglo-americano Andrew Keen, sta facendo molto rumore. Leggere che Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, è un “contro-illuminista, un romantico che cerca di sedurci con l’ideale del buon dilettante” ha un immediato effetto catartico per chi è stufo di sentir celebrare le virtù della produzione collettiva della conoscenza e sull’enciclopedia online ci trova anche un mucchio di cazzate.

Per non parlare di Larry Page e Sergey Brin, creatori di Google, che Keen definisce “plutocrati del web 2.0” che hanno trasformato i contenuti gratuiti della gente “in una macchina pubblicitaria da svariati miliardi di dollari”. Un giudizio che sublima l’innegabile invidia nei confronti di due trentenni straricchi che ci raccontano che il loro motto è “non fare del male”. Dopo tutto, se anche il rampollo più folkloristico della casata Agnelli fonda un’azienda, Italia Independent, il cui sottotitolo recita Made in Italy 2.0, qualcosa che non va nell’universo digitale ci deve pur essere. E la tentazione di leggere il libro di Keen una sorta di fantozziana “boiata pazzesca” sparata contro la retorica della rete partecipativa con i suoi video tremolanti e i suoi diari online pieni di intimità oscenamente sbandierate c’è.

Fra l’altro, l’autore di queste invettive non è mica un neo-luddista. E nemmeno un nevrotico che ha sviluppato odio per le tecnologie perché incapace di usarle. Tutto il contrario. Keen è uno che con l’hi-tech si è sempre guadagnato il pane. Prima come imprenditore, e ora come collaboratore di svariate testate del settore e come blogger. La folgorazione che lo ha trasformato da apostolo del vangelo digitale a Savonarola del terzo millennio gli è venuta nel 2004 in un raduno di tecnoutopisti a Sebastopoli, California. E’ lì, tra tende, sacchi a pelo e gadget, che ha voltato le spalle “alla fede messianica nei benefici culturali e economici della tecnologia” che aveva fino ad allora animato il suo cuore.

Da quel momento in poi l’apostata Keen ha da ridire su tutto. A partire dai cosiddetti contenuti generati dagli utenti, celebrati come l’ultima frontiera della Rete e da lui considerati il trionfo del “buon dilettante”, versione hi-tech del mito del buon selvaggio settecentesco. Non c’è nome, azienda, fenomeno della Rete contemporanea che non faccia le spese dell’affilato rasoio di Keen. I suoi strali colpiscono il citizen journalism, il giornalismo dei cittadini, che “rende più triviale e corrompe ogni dibattito serio”. E quando attacca servizi come MySpace o Facebook che, nati con l’obiettivo di creare reti di amicizie online , “esistono solo per consentirci di pubblicizzare noi stessi” sono in molti ad alzarsi in piedi ad applaudire il novello ragionier Ugo che affonda la “corazzata Kotionkin” digitale.

Peccato però che il buon Keen non si fermi qui. I panni di Paolo Villaggio gli vanno stretti. Prendere in giro i tic dei suoi compagni di un tempo non è abbastanza. Lui è un ex, dopo tutto. E, come insegna Pier Luigi Battista del Corriere, sulle rampogne agli amici di ieri ci si può costruire una carriera. A patto di vestire i propri fantasmi di epocali valenze culturali e presentare i compagni del passato come dominati da un demone che mette a rischio la società nel suo complesso. Detto, fatto. I tecno-hippy che Keen frequentava un tempo diventano così l’avanguardia di un movimento pericoloso. “Tutte le istituzioni che hanno contribuito a creare le nostre news, la nostra musica, la letteratura, gli show televisivi e i nostri film sono sotto assalto”, si può leggere nel suo libro. In gioco non ci sono dunque le esagerazioni dei chierici dei bit, ma addirittura i “nostri valori”, minacciati da un’apocalisse intellettuale in cui “la democratizzazione” portata da Internet starebbe “minando la verità, inasprendo il discorso civile, annullando l’esperienza, la competenza e il talento”. In una parola, a rischio è il “futuro stesso delle nostre istituzioni culturali”, attaccate dai nuovi barbari, telematici e ignoranti.

Insomma, come spesso accade agli ex, il corrosivo sberleffo sfuma in teoria, per giunta con venature catastrofiste e una retorica dagli echi vagamente di destra. Ma forse, a pensarci bene, era inevitabile. Dopo tutto, molti dei saggi confluiti nel libro di Keen sono apparsi originariamente su The Weekly Standard, il settimanale di riferimento dei neo-conservatori. Sì, proprio loro: quelli della guerra in Iraq e della democrazia da esportazione. Sono riusciti – lo dice l’Unicef – nell’impresa di far stare i bambini iracheni peggio che sotto Saddam. Cosa volete che sia trasformare un brillante critico della tecnologia in un (modesto) teorico della decadenza della cultura occidentale?

Chi sperava di avere trovato un Villaggio dell’era hi-tech si ritrova così con un aspirante Giuliano Ferrara. Anche se, a ben vedere, una nota positiva c’è: i neocon potrebbero aver deciso di passare alle guerre virtuali, un terreno dove sicuramente faranno meno danni. E allora, guarda tu i paradossi, non ci resta che pregare di leggere presto un editoriale del Foglio in cui non si spara contro la fecondazione assistita ma contro Second Life. Sarà il segnale che la nuova battaglia è cominciata.

Illustrazione di Marco Marella Pubblicato su Linus di settembre 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

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One Response to “I neocon alla guerra virtuale”

  1. I neocon alla guerra virtuale « mastroblog Says:

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