Il peccato di Craig
C’è chi dice che sta seduto su una montagna di denaro e non lo sa. C’è chi lo chiama scemo, e chi pensa sia un ipocrita. Quelli che ci vanno giù più duri di tutti però lo definiscono "quasi-socialista". Come la rivista Fortune, bastione del capitalismo globale, che ha rispolverato l’epiteto novecentesco per rendere ragione del suo vero grande peccato: non fare tutti i soldi che potrebbe.
Il destinatario di tante attenzioni si chiama Craig Newmark, 54 anni, originario del New Jersey, californiano d’adozione. Ex programmatore Ibm, con tanto di pancetta, occhiali e pelata di ordinanza, Craig è il fondatore di cragslist.org, il più importante sito di annunci degli Stati Uniti (e non solo). Appartamenti, box per auto, biciclette, ammenicoli vari, offerte e ricerche di lavoro, anime gemelle e sesso estremo. Non c’è richiesta che non trovi posto nelle 450 spartanissime comunità (dedicate ad altrettante città o regioni d’America e del mondo) della galassia craigslist. Un coacervo di cose e persone che suscita ogni mese l’interesse di 10 milioni di utenti che cliccano su 5 miliardi di pagine rendendolo l’ottavo sito più popolare degli Stati Uniti e il 34esimo del mondo.
L’eresia
I profeti del mercato guardano a questo fenomeno con un misto di ammirazione, invidia e stizza. Bisogna capirli. Il business degli annunci online frutterà entro il 2010 4,1 miliardi di dollari complessivi. E loro si immaginano di poter raccontare un’ennesima variante del sogno americano: un progetto nato nel 1995 come una mailing list per pochi amici che nel giro di qualche anno mette a punto versioni per cinquanta Paesi e finisce per diventare un fenomeno mondiale proprio quando l’economia di internet fiorisce. American dream all’ennesima potenza, insomma. Se non fosse per quel fastidioso particolare. Craigslist produce molti meno biglietti verdi di quel che dovrebbe: 50 milioni di dollari a fronte di un potenziale stimato in dieci volte tanto. Con un aggravante: il mancato guadagno è frutto di scelte deliberate e consapevoli dei suoi gestori. Il che, per gli alfieri del capitale, suona un po’ come un affronto. C’è del dolo, pensano. Come giustificare, per esempio, il fatto che il sito non ospita pubblicità, proprio mentre i guru dell’economia virtuale celebrano l’advertising come il modello di business della grande Rete? Passi per i fastidiosi banner, che obiettivamente disturbano la lettura. Ma che dire delle inserzioni testuali poco ingombranti tipo quelle proposte da Google? Niente, su craigslist non c’è posto nemmeno per quelle.
Pubblicità? No grazie
A chi gli chiede il perché di questa scelta anti-economica Craig offre risposte curiose come questa: “Noi ci consideriamo un servizio pubblico e non guardiamo alle altre aziende come a dei concorrenti”. E buona notte agli spiriti animali del capitalismo. Il fatto è che dalle parti di craigslist gli affari si gestiscono con un pizzico di tecno-utopismo unito al radicalismo libertario della West Coast. Far soldi non è peccato, recita questa filosofia, a patto di offrire alla comunità solo i servizi che desidera. E se questa non domanda pubblicità allora significa che non la vuole. “Non complichiamo il sito con niente che non ci sia stato richiesto dai nostri utenti. E le inserzioni a pagamento non ce le hanno ancora chieste”, ama ripetere Jim Buckmaster, amministratore delegato della società. Il quale, tanto per ribadire con chi abbiamo a che fare, è uno che va in giro a dire DI apprezzare le critiche di Noam Chomsky sull’abuso di “potere da parte delle varie amministrazioni americane e la sua critica dei media”.
Si comprende ora meglio la taccia di socialismo. Che deriva da un approccio frugale, socialmente responsabile e orientato all’utente. Un modo di operare che ha fatto di craigslist, 23 dipendenti in tutto, un alieno nell’élite del Web americano. I siti che gli fanno compagnia nella top ten dei più visitati del Paese (tra questi, colossi come Yahoo!, Google, eBay) hanno tutti almeno 10 mila dipendenti e ricavi quasi cento volte superiori. Il sito del nostro Craig sta lì, in mezzo a loro, come un pigmeo tra i professionisti del basket, permettendosi il lusso di seguire principi differenti. Anche nella vita privata. “Io li ho conosciuti i multimiliardari della Silicon Valley. E non mi sono sembrati più felici degli altri. Se avessi tutti quei soldi non saprei che farmene”, afferma Craig. Se poi gli si chiede come è cambiata la sua vita dopo il successo risponde serafico: “Adesso ho un box per la macchina”. Nel frattempo, all’interno dell’azienda continua a occuparsi di customer care, rispondendo alle e-mail degli utenti e cercando di prevenire le truffe. E’ il suo modo per di far crescere, lentamente ma con regolarità, un sito che sembra venuto da un’altra era del Web: una sfilza di righe di testo, niente fronzoli, tanta interazione e una gestione lasciata in gran parte alle comunità. Se questo è il quasi-socialismo di cui parlano i suoi denigratori, Craig si dice pronto ad accettare l’accusa, nella misura in cui, afferma, esprime “il desiderio di trattare ognuno in modo equo, che è poi il punto di partenza di molti ismi”.
Raffaele Mastrolonardo
Illustrazione di Marco Marella
Pubblicato su
di aprile 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
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