Wireless puppet


Traffico telefonico conservato per anni, telecamere ai semafori, nelle stazioni, negli aeroporti, ai caselli autostradali, davanti alle banche o agli uffici pubblici e perfino nei cimiteri e davanti alle moschee. La privacy dell’uomo del XXI secolo è sempre più un’icona virtuale, lo Stato sembra controllare ogni passo allungato sul suolo pubblico. Negli stessi giorni in cui in Italia si discute sulla conservazione dei dati telefonici, aldilà dell’Oceano il Grande Fratello potrebbe diventare realtà nelle imprese e negli uffici, nelle redazioni dei giornali o negli ospedali. E’ stato il Times di Londra a dare la notizia, pochi giorni fa, della presentazione di un brevetto tecnologico di Microsoft capace di monitorare in tempo reale lo stato psicofisico di una persona davanti a un computer.

Il sistema, basato su un collegamento uomo-pc senza fili, grazie a degli speciali sensori dovrebbe essere in grado di misurare il livello di produttività, la competenza, il benessere generale delle persone. In sostanza, a sistemi già noti di tracciabilità delle operazioni eseguite sul pc (ad esempio il numero delle parole scritte in un certo tempo o la quantità e la qualità delle fonti utilizzate per scrivere un articolo) lo spione tecnologico sarebbe in grado di associare parametri come il battito cardiaco, la temperatura corporea, la pressione sanguigna, ma anche la tipologia dei movimenti e le espressioni facciali.

Lo scoop del Times ha provocato forti reazioni da parte dei sindacati e della comunità scientifica londinese, e molto imbarazzo nella società di Bill Gates. “La privacy è una delle maggiori priorità per Microsoft”, ha spiegato l’azienda. C’è da credergli, nel senso che con questo brevetto non solo intende aggirarla, ma punta a entrare – letteralmente – nel cuore e nella testa delle persone, per leggerne il contenuto e giudicarlo.

“I sensori sono in grado di leggere le pulsazioni cardiache, le reazioni galvaniche della pelle, gli impulsi del cervello, il ritmo respiratorio, i movimenti del viso e possono individuare frustrazione, stanchezza o stress di chi sta usando il computer”: è tutto scritto nella proposta di brevetto dell’azienda che si preoccupa della privacy. Questi valori registrati sarebbero poi confrontati in tempo reale con un profilo psicologico medio, basato non solo sull’età e le condizioni fisiche del lavoratore ma anche sulle presumibili caratteristiche psichiche, sulle necessarie attitudini per svolgere il suo lavoro e sulla produttività necessaria o presunta.

Il marchingegno, che dovrebbe funzionare su pc fissi e portatili e sui telefoni cellulari, consentirebbe così alle imprese di controllare i propri dipendenti 24 ore al giorno, anche fuori dall’orario e dal posto di lavoro. Inutile sciorinare le conseguenti possibili discriminazioni di carattere politico, religioso, sessuale.

Aldilà della malattia intrusiva generata dal mostro digitale, resta indubbio che l’umore e la motivazione dei lavoratori dipenda in gran parte dall’ambiente in cui si trova ad operare e dal rapporto fiduciario con i capi. Più che a un moderno lavoratore dell’era digitale, capace di essere in più luoghi contemporaneamente, di contribuire al risparmio di risorse energetiche e di migliorare la propria qualità della vita, l’uomo immaginato dal brevetto Microsoft assomiglia a una specie di burattino senza fili ammaestrato, manovrato silenziosamente da una macchina elettronica che ne controlla movimenti e sobbalzi interiori, minacciato da una serie di led a infrarossi che ne segnalano qualche accelerazione cardiaca di troppo o un’imprecazione anche solo accennata. “La nostra è solo un’innovazione finalizzata al miglioramento dei sistemi di monitoraggio di alcuni parametri dell’individuo, utilizza le informazioni sul battito cardiaco per definire la condizione fisica di un utente e segnalare quando possa avere bisogno di assistenza nelle sue attività”, ha spiegato un portavoce di Microsoft. Ecco, stiamo tranquilli. Loro vogliono soltanto aiutarci.

Walter Molino

 

 

 

 

Illustrazione di Marco Marella - Pubblicato su Linus di febbraio 2008.
© Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

 

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