Arte degradata

Illustrazione di Marco Marella - Articolo Paolo Subioli

Nel 1937 a Monaco di Baviera furono messe in mostra le 650 opere epurate dai musei perché riconducibili a quella che, per l’ideologia nazista, era "arte degenerata", comprendente lavori, tra gli altri, di Chagall, Kandinsky, Klee e Kokoschka. Così, mentre in America i più avveduti e scaltri collezionisti si assicuravano il possesso di questi oggetti, che in seguito sarebbero valsi una fortuna, gli idealisti giovanotti di razza ariana facevano a gara a chi sarebbe riuscito a darli alle fiamme.

Molto meglio che ai poveri artisti degradati - alcuni dei quali morirono nei campi di concentramento - è andata, esattamente settant’anni dopo, all’insegnante Enrico Galavotti, titolare del sito didattico e senza scopo di lucro homolaicus.com, il quale, nel gennaio 2007, ha ricevuto un’ingiunzione di pagamento, da parte della Siae, di 4.740 euro, per lesioni dei diritti morali e patrimoniali di quegli artisti (Balla, Braque, Matisse, Picasso e, ancora una volta, Kandinsky e Klee) di cui aveva pubblicato on line 74 opere pittoriche, senza averne chiesta previa autorizzazione alla Siae stessa.

La legislazione sul diritto d’autore, infatti, non prevede che un sito non commerciale possa utilizzare liberamente opere di artisti viventi o scomparsi da meno di 70 anni, né contempla il "fair use", a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, ovvero un utilizzo delle opere protette da copyright per nobili scopi come la didattica. A nulla è valsa l’autodifesa di Galavotti, per il quale "chi fa ipertesti culturali su determinate opere pittoriche esalta la dignità morale dell’artista e indirettamente incrementa i diritti patrimoniali degli eredi".

Ma nel giro di un anno il Parlamento si è dato da fare ed è riuscito ad introdurre qualche modifica alla legge in questione, che risale al 1941. Il cambiamento introdotto nel testo di legge costituisce una novità sostanziale: "È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".

Dopo l’arte degenerata di hitleriana memoria, ecco dunque che il ventunesimo secolo si apre con l’arte degradata, un bel regalo che il Governo di centro sinistra ha fatto alla cultura, con l’aiuto disinteressato delle lobby degli editori. Una novità, senz’altro, ma di non facile interpretazione. Cosa si intende per arte degradata? I più celebri esperti di diritto informatico si stanno dannando. Per Valentina Frediani, "la disposizione confonde ancora di più la situazione", mentre Manlio Cammarata si chiede: "che vuol dire l’aggettivo degradate? Immagini sfocate? Suoni distorti o con un forte rumore di fondo?".

Ma non c’è bisogno di frugare a fondo nel diritto. Basta guardare un po’ indietro, alla storia dell’arte. I movimenti d’avanguardia di un secolo fa facevano di tutto per sconvolgerla, l’arte. I ready made di Marcel Duchamp, che facevano assurgere ad opere d’arte oggetti come un orinatoio, gettavano l’arte negli strati bassi della considerazione umana. Poi è arrivato Lucio Fontana, che degradava le tele, tagliandole e bucandole, col fine apparente di rovinarle per sempre. Un altro artista italiano, Alberto Burri, prendeva dei vecchi sacchi di juta, già molto degradati, e li bruciacchiava pure, prima di esporli.

Chi invece ha reso l’arte indegradabile, anni dopo, è stato Piero Manzoni. Dichiarando opera d’arte la propria cacca, chiusa in una scatola con l’etichetta "merda d’artista", ha reso impossibile qualsiasi ulteriore degrado. La merda è già merda, e se la si chiude ermeticamente si impedisce pure ai microrganismi addetti alla putrefazione di fare il proprio dovere. Invece quattro secoli prima Arcimboldo, coi suoi ritratti fatti di ortaggi assemblati, alludeva forse ad una bio-degradabilità dell’arte.

Ma il genio del deterioramento è stato Leonardo da Vinci, che ha inventato l’arte degradabile: dipingendo direttamente sul muro finito, anziché sull’intonaco fresco, come facevano tutti, ha fatto dell’Ultima cena l’opera degradata per definizione. Per primo ha fatto girare le palle a Giorgio Vasari, autore delle Vite dei pittori (XVI secolo), poi alle masse di turisti che fanno la fila per entrare a gruppi di 25 per volta. Per cercare di accontentarli, senza ulteriori degradi, è stata recentemente realizzata la più grande immagine digitale del mondo, composta da 1.700 fotografie del cenacolo vinciano.

La normativa sul copyright ha impedito finora di pubblicare immagini d’arte moderna in repertori di primaria importanza come la Wikipedia. Ma il concetto di arte degradata sicuramente sarà foriero di nuovi imprevedibili frutti. Per Guido Vetere, fondatore del movimento della Degradarte, si può partire dal principio di estetica negativa enunciato dalla legislazione, per dare vita ad un filone di ricerca basato sulla degradazione delle opere d’arte. Attenzione però: non uscite dal campo del digitale, per agire dentro ai musei. In quel caso, vigerebbero le regole del codice penale.

Paolo Subioli

Illustrazione di Marco Marella - Pubblicato su Linus di febbraio 2008.
© Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

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