Internet: perdizione e vecchi tromboni
Paese che vai pregiudizi che trovi. Italia e Stati Uniti, per esempio. Basta qualche migliaio di chilometri di oceano Atlantico e la rappresentazione di Internet sui grandi quotidiani subisce trasfigurazioni opposte. Partiamo dallo stivale. Chiunque abbia sfogliato un po’ i giornali nostrani nella prima metà di novembre ha fatto una scoperta tra il mistico e l’archeologico: Sodoma e Gomorra esistono ancora. Solo che non sono costruite di mattoni d’argilla ma sono fatte di virtualissimi bit e popolate da orde di diabolici adolescenti. Imberbi concentrati di ormoni che non si fanno mancare nulla nel campionario del peccato: omicidio, sesso, violenza.
“Generazione YouTube”, li chiama Repubblica accompagnando con uno struggente “Il diario online dei ragazzi soli” (9 novembre 2007). Panorama la butta sul godereccio: “La peggio gioventù si mette in mostra in rete” (16 novembre 2007). Mentre il Corsera imbocca la strada truculenta: “Generazione Columbine. La Rete per uccidere” (16 novembre 2007). Quel che ne esce, complessivamente, è il ritratto di una massa di ragazzini lussuriosi e disperati che trovano in rete l’amplificatore della propria insicurezza e da questo palcoscenico virtuale sono spinti a perseverare nei propri comportamenti antisociali o autodistruttivi.
Metti nella testa di un adolescente un sentimento un po’ forte - recita l’ondata mediatica di indignazione autunnale - e internet lo nutrirà con l’illusione della visibilità, l’ebbrezza dello scambio, la seduzione dell’esibizionisimo. Un moltiplicatore di passioni insomma. Ma solo in Europa, se diamo retta ai quotidiani. Perché negli Stati Uniti la rete sembra avere un effetto opposto: calmante, sedativo, anestetizzante. Almeno a sentire Thomas Friedman, autorevole commentatore del più prestigioso quotidiano del mondo, il New York Times. Il quale Friedman, già cantore di talento della globalizzazione neoliberista e delle meraviglie delle autostrade dell’informazione (Il mondo è piatto è il suo libro più famoso) sembra giunto a diverse conclusioni: la Generazione Q, l’ultima arrivata nel parco sociologico-mediatico (la X e la Y sono roba vecchia), non ha più voglia di voglia di agire e di cambiare il mondo. E tutto per colpa di internet.
Una generazione troppo “quiet” (di qui la lettera dell’alfabeto che la definisce), troppo posata. Troppo “idealista e ottimista”, ma non abbastanza “radicale e impegnata politicamente”. E soprattutto – ed è qui che l’influsso del mondo virtuale con la nazionalità muta anche di segno - “troppo online” e poco propensa a ribollire di “attivismo e di rabbia”. Tanto ancorati a “e-mail” e “petizioni online”, questi ragazzi, che avrebbero invece bisogno di organizzarsi “in modo da costringere i politici a prestare attenzione”. Tutto il contrario dei tumultuosi anni Sessanta, quelli della giovinezza di Friedman, quando il radicalismo germogliava e internet non esisteva. E infatti quei due signori di cui sopra “non hanno cambiato il mondo chiedendo alla gente di seguirli nelle loro crociate su Facebook o di scaricare le loro piattaforme”.
Un panorama desolante, quello tracciato da Friedman, con la rete che funge da bromuro politico e fa quasi rimpiangere l’universo scollacciato e sboccato degli adolescenti virtuali ritratti dalla stampa tricolore. In questo contesto senza passione Friedman una via d’uscita ce l’ha: la strada dell’attivismo “vecchio stile” (old-fashioned), dei “giovani con diritto di voto che dicono la verità al potere, faccia a faccia, in grandi numeri, nel campus o a Washington perché la politica virtuale è appunto soltanto questo. Virtuale”.
Chissà se la generazione Q ascolterà zio barricadero (così a naso, diremmo che non potrebbe fregarsene di meno). Nel caso decida di farlo, tuttavia, non si illuda di aver trovato un alleato. Per informazioni possono chiedere ai loro coetanei che 8 anni orsono, a Seattle, fecero quello che oggi lo zio Tom caldamente raccomanda: usarono la rete, sì, ma per discutere e organizzarsi e scesero infine in piazza a dimostrare e gridare loro “verità al potere” dando così inizio al movimento contro la globalizzazione.
Come reagì lo zio di fronte a modalità di protesta che oggi appassionatamente caldeggia? Divenne stranamente rigido e sarcastico. “C’è qualcosa di più ridicolo nelle notizie del giorno che le proteste di Seattle contro la World Trade Organization? Ne dubito”, scrisse il primo dicembre del 1999 sul New York Times. E continuò sbeffeggiando i dimostranti, accusandoli di utilizzare “tattiche del 1960 nel mondo di oggi che si fonda sul web”. Proprio l’opposto di quanto, dalla stessa poltrona, fa oggi.
Per scoprire il volto inedito di Friedman basta fare una ricerca sul sito internet del New York Times che, recentemente, ha reso gratuito gran parte del suo archivio online. E scoprire così che la rete non è solo l’amfetaminico medium che moltiplica le turbe dei ragazzini raccontato dai nostri giornali. E nemmeno quella valeriana dell’attivismo politico che zio Tom ci vuol far credere. E’ anche uno straordinario archivio di informazioni, molte accurate e ben conservate. Vale a dire, il luogo migliore per smascherare i vecchi tromboni
Raffaele Mastrolonardo
di dicembre 2007.
© Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
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