Se mi ospiti cambieremo il mondo

Il personaggio più influente di tutta la storia della nostra civiltà è nato in una misera mangiatoia di Betlemme, in Palestina, perché la sua famiglia non era riuscita a trovare una forma migliore di accoglienza. Il problema principale, forse, non era tanto che, a quel tempo, nessuno partoriva in ospedale, quanto che ancora non esisteva un servizio come Hospitality Club - la rete per il libero scambio di ospitalità più ampia del mondo - i cui 330 mila membri (compresi 2 mila in Israele e 12 mila in Italia) si aiutano vicendevolmente durante i loro viaggi, offrendo un tetto per la notte o una visita della città. Chi è iscritto a questo club - per appartenere al quale non si paga niente, ed anzi, tutti sono i benvenuti - è in grado di trovare una sistemazione gratuita ogni volta che viaggia in qualsiasi angolo del mondo. È sufficiente che contatti per tempo uno degli "amici" del luogo, per verificarne la disponibilità a fissare un appuntamento. Inoltre deve essere disponibile a garantire a sua volta ospitalità.
Viaggiare in questo modo non è solo economico: è un modo molto diverso di vedere i luoghi del mondo, nel quale al centro dell’azione non c’è più la visita di musei e monumenti, o la gastronomia, ma le emozioni ed il contatto con altri esseri umani. Peter, un ragazzo tedesco, una volta si è accordato con Sarah, una statunitense anch’essa membra del club, per andare a trovare Adam, che vive a Mumbai. Dopo una chiacchierata in un caffè sulle rispettive vite, Adam ha portato gli altri due a cena e poi li ha invitati a casa sua a vedere un film. “Vedere un film indiano in compagnia di un esperto locale era un’offerta irresistibile - ha detto Peter - e così abbiamo deciso di andare.” Dopo il film, verso le 3 di notte, sono andati a letto, mentre il loro ospite si accomodava su un materasso in terra, nel soggiorno. Peter era felice: “Sono rimasto veramente sorpreso nel constatare quanto possa essere poco problematico e piacevole conoscere un perfetto sconosciuto, con un background culturale del tutto diverso!”,
Le reti di ospitalità non sono un’idea nuovissima, perché la prima di esse, Servas Open Doors, fu creata nel 1949. Una delle più famose e inaccessibili, Mensa International, raggruppa le persone che appartengono al due per cento di umanità col più alto quoziente intellettivo. Ma per fortuna c’è la democraticissima internet, che ha fatto esplodere questa nuova forma di “turismo emotivo”, il quale risponde al bisogno di andare oltre il semplice consumo di un luogo per fare esperienza diretta delle persone che ci vivono, ma anche a quello di frequentare esclusivamente le persone come noi, o che la pensano esattamente come noi, che siano repubblicani (epublicansabroad.org), liberali (drinkingliberally.org), ciclisti (warmshowers.org), omosessuali (lghei.org) o qualsiasi altra cosa. Il contrario esatto di quello che avviene nell’atmosfera provinciale di un paesello, ma anche un modo per recuperare quello che il paesello non può più darci: legami famigliari forti, senso d’appartenenza, e così via.
Il turismo emotivo non completa quello tradizionale, ma lo sostituisce. Grzegorz, ad esempio, è un ragazzo polacco che vive a Utecht, in Olanda, ed è iscritto a couchsurfing.com, una delle reti che crescono più in fretta. Couch Surfing (letteralmente “saltare da un divano all’altro”) ha anch’essa più di 300 mila membri, e va ancor più diretta all’essenziale, poiché i suoi membri non cercano una buona sistemazione, ma anche solo un divano su cui appoggiarsi. Quando è stato ospitato sul divano di Frank, a Ginevra, Grzegorz non ha dormito, perché ha passato tutta la notte ad ascoltare la storia della vita di Frank. La Ginevra di cui Grzegorz ha fatto esperienza non è stata dunque quella di un museo o un ristorante, ma dell’autentica storia - una storia qualsiasi - di uno dei suoi abitanti; uno che aveva un disperato bisogno di qualcun altro che lo stesse ad ascoltare.
Ma la vera notizia è un’altra. Questa gente pensa che il “couch surfing” o l’”hospitality eschange” siano dei modi per cambiare il mondo. “Per un mondo migliore, divano dopo divano” è lo slogan di Couch Surfing, mentre il credo delle centinaia di volontari che gestiscono Hospitality Club è quello di “rendere questo mondo più bello”, a forza di nottate passate sui materassi buttati per terra nelle case altrui. Non si tratta dunque solamente di una risposta alla “macdonaldizzazione” del turismo, o una scelta all’insegna della sostenibilità ecologica e dell’autenticità, ma un sogno profetico condiviso da un numero crescente di individui sul pianeta.
Potrebbe sembrare che un nuovo Messia stia per nascere, da un momento all’altro, su un divano di un appartamento a Manhattan. Ma il profilo tipo del “couch-surfer” - maschio, bianco, trentenne, istruito - è molto diverso da quello del pastorello palestinese di duemila anni fa. E la storia ci ha insegnato che i salvatori del mondo non nascono mai nella capitale dell’impero.
Paolo Subioli
di novembre 2007.
© Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
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