Il gran rifiuto di Mark Zuckerberg
“Tenetevi il miliardo”. Il primo a dirlo fu Cristiano Luccarelli, attaccante del Livorno: rifiutò il trasferimento al Torino, rimase nell’amata Livorno e ci scrisse sopra un libro. Difficile che Mark Zuckerberg, ventitreenne di Dobbs Ferry, non lontano da New York, si cimenti in un’impresa letteraria. E non perché il suo “rifiuto” sia meno eclatante, anzi: nel suo caso non si tratta di lire ma di dollari. Il punto è che il tempo per scrivere ora proprio non ce l’ha: è troppo impegnato a dimostrare di avere fatto la scelta giusta.
Lo scorso anno Zuckerberg ha infatti rispedito al mittente un’offerta di Yahoo!, non un’azienda qualsiasi dunque ma un colosso del web, disposta a sborsare mille milioni di biglietti verdi per Facebook, il sito che il giovanotto si inventò quando frequentava i corsi della prestigiosa Harvard University. Zuckerberg, che già da adolescente si divertiva a programmare (gli amici ricordano una versione digitale di Risiko) e oggi indossa solo jeans e sandali Adidas, non ha avuto dubbi. Niente da fare, soldi rispediti al mittente e Terry Semel, boss di Yahoo!, che se ne va con il cerino in mano, come l’allora presidente del Torino Francesco Cimminelli.
Beata incoscienza dei vent’anni, verrebbe da dire, con una buona dose di paternalistica indulgenza. Niente di più sbagliato. Le stime più recenti, post-rifiuto, valutano Facebook, servizio che permette agli individui di coltivare relazioni con altre persone, tra i 5 e i 15 miliardi di dollari. Se confermata, questa valutazione renderebbe il buon Mark, forte di una quota del 30 per cento nell’azienda, l’under 25 più ricco d’America, e scusate se è poco. Nel frattempo, grazie alla crescente popolarità del servizio, altri grandi del web hanno drizzato le antenne: Microsoft, che già ha stretto un accordo pubblicitario con il servizio, starebbe valutando un investimento da 500 milioni di dollari. I soliti bene informati non escludono che anche Google possa provare dove Yahoo! ha fallito.
Ma cosa ha di tanto speciale questo sito? A una prima occhiata poco. Facebook permette a ciascuno di crearsi una pagina web personale dove parlare di sé, tenere traccia delle proprie attività giornaliere ed esprimere, come in digitali messaggi in una bottiglia, le proprie inclinazioni verso lo scibile umano: dai film, alle città, alle domande che ci assillano quel giorno. Niente di troppo diverso, per esempio, da MySpace, il sito aggregazione sociale che Rupert Murdoch (classe 1931: il doppio degli anni di Zuckerberg) si è comprato per la bellezza di 580 milioni di dollari. Nulla di radicalmente differente da altre centinaia di servizi di social networking, che popolano il web sfruttando la capacità della rete di mettere in connessione gli individui sulla base di interessi, passioni, preferenze. E allora perché tutti lo vogliono? Si potrebbe rispondere per i suoi 45 milioni di utenti. O aggiungere che molti di questi non sono adolescenti squattrinati ma trentenni abbienti che fanno luccicare gli occhi dei pubblicitari. Oppure citare il tasso di crescita superiore a tutti i concorrenti. Tutto vero ma serve solo a rimandare la risposta alla vera questione: che cosa ha permesso a Facebook di raggiungere simili risultati?
Richiesti di un parere in proposito, gli esperti di social networking (sì, esistono anche persone con simili tendenze) raddrizzano la schiena, buttano le spalle all’indietro e, dopo essersi schiariti la voce, pronunciano due parole: privacy e piattaforma. Cominciamo dalla prima. A differenza di quanto avviene su altri servizi analoghi, l’accesso alle pagine personali di Facebook non è pubblico ma riservato a chi decido io. Il che mi permette, in un’internet in cui l’identità personale è sempre più esposta e tutti si sentono in diritto di violare l’intimità altrui (si pensi alla quantità posta elettronica indesiderata che ci inonda), di crearmi una mia nicchia. Una capanna digitale fatta di riservatezza e amici fidati.
Quanto al secondo fattore messo in luce dai sapientoni digitali, la piattaforma, si tratta di una mossa più recente ma dall’effetto dirompente. Il buon Mark ha infatti deciso di aprire il servizio a tutti i programmatori del mondo. Questo significa che ogni smanettone può oggi mettere a punto giochini e funzionalità pensati per Facebook (sono oltre 4mila ormai). Saranno gli utenti stessi a scegliere quelle che preferiscono inserendole nella propria pagina personale e a consigliarle agli amici. Di cosa si tratta? Per lo più di strumenti (in gergo widget) per condividere e scoprire musica, giocare a Sudoku, consentire agli amici di inserire foto nella propria pagina, valutare il proprio quoziente intellettivo e confrontarlo con quello dei propri conoscenti e altre amenità di questo tipo. Grazie ai meccanismi di Facebook che segnalano quali widget stanno provando i nostri amici, si crea uno straordinario effetto passaparola, che fa diventare alcune di queste applicazioni delle vere e proprie hit, e i loro autori delle star, consentendo loro, tra l’altro, di guadagnare qualche soldo con la pubblicità che generano.
E Zuckerberg? Si gode il successo e al miliardo di Yahoo! non ci pensa più. Il suo sogno, dice, è quello di costruire l’archivio più prezioso del mondo: il database di ciò che gli uomini amano e odiano. Come? Creando una versione digitale di quello che da sempre è uno principali strumenti di informazione degli esseri umani: la famiglia, gli amici, i vicini di casa. Per il momento, è sulla buona strada.
Raffaele Mastrolonardo
di novembre 2007.
© Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
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March 7th, 2008 at 9:06 am
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