Meglio non crederci

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Mai rovinare una bella storia con la verità. E’ una vecchia regola che tutti i giornalisti conoscono. Meno noto è il corollario che l’accompagna: non credere troppo a quello che scrivi. E’ altrettanto importante e va tenuto bene a mente: quando lo dimentichi, non sai mai come andrà a finire. Per conferma, chiedere a un tizio che di nome fa Dan e di cognome Gillmor, ma per tutti è Dangillmor. Lui, l’ironico avvertimento l’ha perso di vista. E quando se ne è accorto era troppo tardi.

Non stiamo parlando di un professionista da poco, ma di uno che tra il ‘94 e il 2005 è tra i migliori reporter tecnologici della Silicon Valley. Mica anni qualsiasi, quindi. Quelli erano i giorni del boom della new economy, delle folli quotazioni in borsa, dei business plan raffazzonati, dei crolli sciagurati e del successivo recupero, giorni che, nel bene e nel male, hanno gettato le basi per la contemporanea rivoluzione digitale. Anni in cui un reporter con contatti, mestiere, talento e capacità di analisi fuori dal comune può fare il salto. Se poi lavori al San José Mercury News, il più importante quotidiano della valle del silicio, il cerchio è chiuso: quando verso il 2003 l’economia di internet si risveglia, Dangillmor è già uno dei più apprezzati commentatori del suo giornale e dell’informazione tecnologica in rete.

 

Ed è pronto a dimostrare, un’altra volta, perché. Mentre i colleghi sono ancora lì a girovagare tra le macerie delle start up bruciate dalla bolla delle new economy, lui sta già annusando. E nel giro di un anno le sue papille olfattive, hanno individuato la preda: roba grossa. Non una nuova azienda che promette tecnologie avveniristiche. Né un gadget che cambierà le abitudini dei consumatori di mezzo mondo. Di più: si parla di un fenomeno epocale. Prima della moda del 2.0, prima di YouTube e dei blog di massa, Dangillmor ha capito che il mondo dei media non sarà più lo stesso. Per una semplice ragione: con la diffusone della Rete i mezzi per la produzione dell’informazione sono nelle mani di degli utenti. Dangillmor non sa solo fiutare. Ha anche la rara capacità di dare i nome alle cose che annusa e analizzarle. Osserva il proliferare di esperienze partecipative nel campo dei media, che chiama citizen journalism (giornalismo dei cittadini), le cataloga, ne individua punti di forza e debolezza. Diventa, insomma, il più autorevole cantore del fenomeno e il suo principale teorico.

C’è una cosa, soprattutto, che gli piace: studiare l’impatto del giornalismo dei cittadini sul sistema dei media tradizionali a cui predica, per lo più inascoltato, modestia. “Il lettore ne sa più di noi”, ripete riferendosi all’opportunità che essere connessi con una folla di persone piene di interessi può rappresentare per i reporter. “Basta con il giornalismo dalla cattedra, è l’ora del giornalismo-conversazione”, recita uno dei suoi slogan preferiti.

Nel 2004 esce We the media, libro fondamentale in cui sistematizza i frutti del suo lavoro di investigazione. Anche grazie a lui il fenomeno dei media partecipativi prende piede e il mondo si accorge di questi strani progetti creati da dilettanti armati di macchine fotografiche digitali, PC e blog.

Dangillmor può essere soddisfatto. Ha scovato e raccontato per primo una bella storia. Adesso, secondo le regole, dovrebbe mettersi a fiutare altro. E invece… Invece, a furia di esaltare il futuro, di elogiare i dilettanti e rampognare i professionisti, strane idee iniziano a ballargli nella testa. Tra tutte, decide di seguire la più folle: dare il buon esempio.

E’ il gennaio 2005 quando, dopo una gloriosa carriera spesa nei quotidiani di mezza America, Dangillomor lascia il suo posto, ben retribuito, al San José Mercury News. Quello che ha descritto così bene ora vuol metterlo in pratica. La nuova destinazione si chiama Bayosphere. Un progetto di giornalismo dal basso con un obiettivo alto: coinvolgere, in nome del protagonismo informativo delle masse da lui cantato, la comunità della Baia di San Francisco in un’impresa mediatica, culturale, civica. Tutta, rigorosamente, partecipativa. Almeno nelle intenzioni. Perché, si sa, non sempre le cose vanno come nelle storie.

In poco tempo, infatti, il giornalismo dei cittadini reale di Dangillmor si rivela meno scintillante di quello raccontato da Dangillmor. “Hanno partecipato molti meno cittadini [di quanto ci aspettassimo], sono stati poco interessati a collaborare l’uno con l’altro, e la risposta alle nostre iniziative è stata insoddisfacente”. A scriverlo è lo stesso giornalista in un lettera di commiato alla comunità.

E’ il suo addio, definitivo, al progetto. Sono passati sei mesi dall’inizio delle operazioni, 180 giorni. Pochi per un’impresa, sufficienti a Dangillmor per capire che le leggi non scritte, quelle che ci si ripete tra colleghi la sera davanti a una birra. incorporano, nell’ironia, la saggezza di un settore. Ricordano ai reporter che raccontare è, appunto, solo raccontare. Quello che oggi Dangillmor continua a fare, benissimo, per il Center for Citizen Media, iniziativa rigorosamente non profit dedicata allo studio e alla promozione delle nuove forme di giornalismo.

Raffaele Mastrolonardo

Illustrazione di Marco Marella Pubblicato su Linus di ottobre 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

 

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One Response to “Meglio non crederci”

  1. Meglio non crederci « mastroblog Says:

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