Il pallone e l’intelligenza delle masse
Presidente, direttore sportivo, allenatore, preparatore atletico, magari anche calciatore. Quale ruolo ci assegneremmo se fossimo proprietari di una squadra di calcio? Non c’è dubbio che il vero appassionato di pallone, almeno una volta, li vorrebbe provare tutti. E’ su questo assunto che negli anni ’90 nacquero i primi videogiochi manageriali sul calcio, in cui, oltre a manovrare con joystick e joypad (se non con i cursori della tastiera, per i più sfigati) i giocatori in campo, l’utente poteva divertirsi a fare la campagna acquisti e a gestire economicamente il club, dai rapporti con gli sponsor alla manutenzione dello stadio. Funzioni che oggi fanno parte di tutti i più diffusi e sofisticati videogiochi sul calcio, dalla serie Fifa di Electronic Arts all’oggetto di culto ISS Pro. Bellissimo, certo. Però si sa, la realtà supera sempre la fantasia.
Così, se il mondo reale si è disegnato un autoritratto su Second Life, gli appassionati del mondo del pallone virtuale si preparano a calcare il terreno da gioco, quello vero. E’ questo, più o meno, il progetto di William Brooks, trentaseienne inglese, di professione pubblicitario ma soprattutto grande tifoso del Fulham, tra le tante squadre di Londra una delle meno prestigiose. Un club con una storia altalenante tra prima e seconda divisione (equivalenti alle nostre serie B e serie C) fino al 2001, anno del salto in Premier League, frutto degli investimenti del nuovo proprietario, il munifico Mohamed Al Fayed, il boss dei grandi magazzini Harrod’s.
Sono stati proprio gli anni duri delle serie minori, i tanti manager e calciatori inadeguati (un po’ alla Nick Hornby di Febbre a 90°), a far nascere nel giovane William il desiderio di possedere un club tutto suo. Da solo però, con il suo stipendio, al massimo avrebbe potuto acquistare qualche vecchia squadra di Subbuteo su eBay, così il suo sogno ha provato a realizzarlo grazie alle infinite potenzialità connettive del web. Nell’aprile scorso William ha lanciato www.myfootballclub.co.uk, un sito con cui punta a mettere insieme 50 mila soci per acquistare una vera squadra di calcio. Chi si iscrive, alla modica cifra di 35 sterline, diventa socio per un anno e ha diritto a proporre il club da acquistare. Utopia? Un po’ si, perché con 1,75 milioni di sterline Brooks sa che potrà tutt’al più comprare un club di quinta serie, ovvero calcio dilettantistico. Ma sarebbe comunque un buon inizio, e soprattutto l’idea sembra funzionare: al momento di andare in stampa il sito ha messo insieme poco meno di 48 mila soci e ha raccolto 1,3 milioni di sterline. Nelle preferenze dei soci, il club che più ambito è il Leeds United, seguito dal Nottingham Forest e dal Cambridge.
Intelligenza collettiva. Pallone a parte, l’esperimento di William Brooks è un prodotto tipico del crowdsourcing, ovvero l’intelligenza delle masse riunita e integrata al servizio di progetti collaborativi, come nel caso di Wikipedia. Il club a gestione collettiva prevede ferree regole democratiche: rigidissimi vincoli economici (non una sterlina di spesa in più di quanto permesso dal bilancio), discussione pubblica e decisioni a maggioranza sulle operazioni della campagna acquisti, sulla scelta dell’allenatore e, soprattutto, sulla formazione dal schierare in campo. E qui si rientra nel terreno dell’utopia: secondo i piani di William Brooks, il mister e lo staff tecnico dovrebbero allenare la squadra in settimana, ma la scelta dell’undici titolare sarebbe di volta in volta affidata alla decisione collettiva dei 50 mila soci. Il problema non è tanto mettere d’accordo questa pletora di commissari tecnici, ma la reale affidabilità delle loro fonti di ispirazione: una serie di video quotidiani sulle sedute di allenamento, pubblicate a fine giornata sul sito del club. Utili, forse, per avere un’idea di chi ha più birra nelle gambe, ma come fare a valutare lo stato psicologico e le motivazioni degli atleti? Qualcuno ipotizza già un blog “dentro lo spogliatoio” se non addirittura qualche telecamera piazzata nei punti strategici: palestra, docce, sala biliardo, bar. Al mister resterebbe una funzione propositiva, ma a decidere sarebbe la piazza.
Difficile non farsi venire in mente il tristissimo esperimento del Cervia, squadra di dilettanti, protagonista per un paio d’anni del primo reality show sul calcio, in cui i giocatori erano monitorati 24 ore al giorno dalle telecamere di Italia 1, coccolati da una fata come Ilaria D’Amico e scelti (tre su undici ogni domenica) dai telespettatori: giovani, depilatissimi, tatuatissimi, molto gel nei capelli e sguardo dritto in camera, giocavano a pallone ma sognavano “Amici” di Maria De Filippi. Sogni di effimera gloria finiti male: lo share è calato, le telecamere si sono spente, gli sponsor volatilizzati e il club retrocesso in quinta categoria. Un terzino adesso vende pesce, lo stopper fa il fabbro e il trequartista va in giro a vendere prodotti di bellezza, qualche fortunato si è riciclato come cubista nelle discoteche del litorale. A William Brooks e soci dovrebbe andar meglio in ogni caso: se il progetto fallisse è prevista la restituzione della quota associativa, e gli eventuali guadagni (il sito è stato prontamente sponsorizzato da Electronic Arts e BBC Sport) versati in beneficenza.
Walter Molino
di agosto 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
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