La barba del profeta

Potremmo chiamarlo il “fattore B”. Quasi una costante dalla storia delle rivoluzioni e dei grandi movimenti religiosi: la barba. Alla fine, c’entra sempre. Mosé l’aveva, Cristo anche. Di Marx si sa; per non parlare di Castro e Garibaldi. Forse se è lei che regala carisma o forse è il carisma che la fa crescere. Fatto sta che dona molto ai padri della patria, agli eroi nazionali, ai profeti. Non a caso, Richard Stallman, classe 1953, ce l’ha; folta e incolta per giunta. Dopo tutto, lui è il fondatore riconosciuto del movimento del software libero (free software, in inglese); e se c’è un’intuizione, all’apparenza utopica e folle, che sta cambiando il mondo dell’informatica è proprio quella. Per capire la portata dell’impresa basta considerare un semplice fatto. Se Microsoft ha costruito un impero impedendo a chiunque di guardare dentro i suoi codici, il software libero predica l’opposto: tutti devono poter liberamente aprire un programma free, modificarlo e distribuirlo a piacimento. Anzi, sono obbligati a farlo dalla licenza stessa. Sembra insensato, ma funziona. Oggi gran parte dei server, le macchine che gestiscono i sistemi informativi delle aziende e i siti web, funzionano grazie a software di questo tipo. Lo stesso dicasi per pezzi importanti delle applicazioni di Google che tutti i giorni usiamo su Internet, o per programmi come Firefox, un browser per navigare la Rete che sta scardinando il monopolio di Internet Explorer. E pensare che all’origine di tutto questo c’è una stampante. Una vecchia Xerox che nel 1980 stazionava nel mitico Laboratorio di Intelligenza artificiale del Mit di Boston, culla della cultura hacker. Stallman ci lavorava da una decina d’anni e il suo divertimento preferito era mettere le mani dentro qualsiasi codice capitasse a portata per studiarlo e migliorarlo. Anche quello della stampante, ovviamente. L’aveva già fatto in passato e non vedeva l’ora di ripetere l’impresa. Ma quella volta non fu possibile. Per la serie il codice è mio e me lo gestisco io, la Xerox gli vietò l’accesso al programma. La maggior parte di noi se ne sarebbe fatta una ragione. Altri avrebbero pensato "peggio per la Xerox". I più scaltri si sarebbero offerti all’azienda per compiere l’opera a pagamento. Non Stallman. Nelle sue sinapsi di profeta in erba il rifiuto innescò un corto circuito morale. Avere la capacità di migliorare un prodotto e non poterlo fare perché qualcuno nasconde le chiavi di accesso al codice era un’assurdità inaccettabile: si frustrava la buona volontà del singolo e si ostacolava il progresso. Dall’indignazione alla missione il passo fu breve. Cinque anni dopo Stallman aveva già fondato la Free software foundation, un’organizzazione non profit dedicata alla promozione del software libero: niente più barriere, tutti devono poter essere liberi di ri-programmare. Nove anni più tardi era pronta la prima versione della Gpl, la storica licenza che permette al software libero di essere tale, impedendo di chiuderlo, vincolarlo, limitarlo nella distribuzione. “Mi hanno eletto le circostanze”, ha ricordato recentemente in una conferenza a Roma. “Vedevo un problema che nessuno vedeva e avevo le capacità tecniche per provare a risolverlo. Capii che era mia responsabilità di cittadino provarci e sviluppare un software libero. Anche a costo di morire provandoci”. Se questa non è la descrizione di un’illuminazione, poco ci manca. Di lì in poi la strada di Stallman è segnata: evangelizzazione a tempo pieno. Mentre i suoi ex compagni del Laboratorio fanno soldi con consulenze, lui per anni risulta senza fissa dimora. Ancora oggi che gira il mondo di conferenza in conferenza Stallman predica una vita semplice e rifiuta la proprietà della casa e dell’auto. Quanto al cellulare, poi, manco a parlarne: troppo pericoloso per la privacy. Il resto è una paziente opera di diffusione del verbo con un solo obiettivo: cambiare la società. Già perché, per lui, la questione è politica prima che tecnica. “Il software proprietario (così è chiamato quello che viene distribuito con licenze a pagamento, ndr) è un problema sociale che il software libero vuole risolvere”, ripete con l’afflato del rivoluzionario convinto che il sistema grazie al quale Microsoft è diventata quello che è attenti ai fondamenti stessi della convivenza civile. “Lo spirito di buona volontà e collaborazione anima una società e la rende diversa da una giungla. Quando un’istituzione ti impedisce di condividere un programma, mina questo spirito. E dunque è di per sé ingiusta”. Nel frattempo, quello che all’inizio era solo un movimento politico e morale è diventato anche un business. Centinaia di aziende e migliaia di programmatori hanno capito che possono guadagnare (e bene) facendosi pagare i servizi, le personalizzazioni, l’assistenza ai programmi invece che la licenza. Il profeta osserva questo pullulare di guadagni originato dalla sua intuizione e non condanna: il denaro non è male di per sé. Quel che gli dà fastidio, semmai, è che abbiano cambiato il nome alla sua creatura: open source la chiamano in molti adesso. Per quelli come lui, che badano soprattutto ai principi, il passaggio è inaccettabile. Il concetto di apertura (open) non può sostituire adeguatamente quello di libertà (free). "Libertà è avere il controllo della propria vita, anche nell’informatica. Questo è il fondamento che sta dietro al free software. E questo aspetto si perde quando si usa l’espressione open source”, afferma. E mentre in molti pensano che sia diventato, con l’età, troppo intransigente Stallman rilancia con un abbozzo di pedagogia alternativa: "I programmi proprietari dovrebbero essere banditi dalla scuola. Insegnano ai bambini una dipendenza che poi trasferiranno nella società". Quasi un lasciate che i fanciulli vengano a me del terzo millennio, insomma. Pronunciato, ovviamente, lisciandosi la barba.

Raffaele Mastrolonardo

Illustrazione di Marco Marella Pubblicato su Linus di agosto 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

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2 Responses to “La barba del profeta”

  1. Sufi Says:

    Quasi quasi mi faccio crescere anch’io la barba…che dite, ci starà bene col caschetto?
    P.S. sto barando, l’articolo l’avevo già letto su Linus! Ciao e buon lavoro

  2. digitalgraffiti Says:

    Però potresti provare lo stesso, no? nella vita non si sa mai…. ;-)
    ciao e grazie dle commento

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