Se mi lasci non vale


Piange il telefono, sulla linea tra Washington e Los Angeles. Da una parte del filo c’è un giovane legale che si chiama Joe Anthony, fino a ieri sconosciuto ai più ma ben noto al popolo della rete (americano ma non solo). Dall’altra c’è Barack Obama, unico afroamericano al Congresso degli Stati Uniti, lanciatissimo nella corsa alle primarie del partito democratico, con il sogno di approdare alla Casa Bianca nel 2008. C’è tensione, come tra due amanti al passo d’addio, e a piangere è il senatore dell’Illinois. Parla, spiega, si scusa, rettifica: tutto inutile. Joe se n’è andato, e non ha nessuna intenzione di tornare. Né, tantomeno, di restituire la cassaforte con il bene più prezioso della campagna di Obama: 160 mila utenti “amici” contattati, raggruppati, coltivati uno per uno in quasi tre anni di attività del social network di Obama su MySpace.

La relazione di digitali sensi era iniziata alla fine del 2004, quando Joe Anthony, al tempo ancora uno studente di legge e sincero ammiratore di Obama, aveva aperto su MySpace uno spazio non ufficiale a sostegno della sua candidatura. Una specie di fan club on line, con la sostanziale differenza che in discussione non c’era l’ultima acconciatura di Britney Spears ma un confronto autentico sulla nuova idea di America incarnata da Obama: non guerrafondaia, aperta all’integrazione, sensibile al tema della salvaguardia dell’ambiente. Al crescere della popolarità di Obama nel dibattito politico americano, anche il social network messo su da Anthony ha fatto passi da gigante, diventando in poco meno di tre anni un ricco serbatoio di consensi e contributi economici per il candidato democratico. Partita ufficialmente la campagna elettorale, pochi mesi fa lo staff di Obama ha capito che la rete è terreno fertilissimo per l’alimentazione del consenso. Perché, dunque, investire su una nuova piattaforma quando esiste un social network già consolidato? E’ iniziata così una collaborazione diretta tra gli uomini di Obama ed Anthony, con scambio di materiali, informazioni e aggiornamenti di ogni tipo. Di fatto però a nessuno, per un bel pò, è venuto in mente di regolarizzare una situazione che, formalmente, vedeva il profilo on line di Obama gestito in sostanziale autonomia da un volontario, conosciuto solo per telefono e per e-mail e distante molte miglia dal quartiere generale.

Intanto il numero degli amici virtuali di Obama ha continuato a crescere a dismisura, così come il peso specifico delle sottoscrizioni per la campagna derivanti da internet. Un dato confermato anche dal rapporto sulla raccolta fondi redatta dalla Commissione Federale per le Elezioni, che nel primo trimestre dell’anno vede al primo posto, con più di 25 milioni di dollari, proprio Barack Obama, davanti perfino alla schiacciasassi Hillary Clinton. Non solo, ma secondo i dati del Campaign Finance Institute, grazie all’attivismo del popolo della rete, Obama può contare su moltissimi piccoli finanziatori, ben lontani ancora dall’aver sforato il limite massimo di contributi consentiti a favore di un candidato, fissato a 2300 dollari. Potenzialmente, una fonte quasi inesauribile e costantemente irrorata dal passaparola e dall’avvicinarsi dell’appuntamento decisivo delle primarie.

Al di là del bottino raccolto da Obama, il social network dei suoi sostenitori è diventato rapidamente un esempio virtuoso, un autentico caso studio planetario di utilizzo intelligente della forza partecipativa della rete. Quando il gioco si fa duro, però, non c’è fenomeno che tenga: i duri iniziano a giocare e vogliono anche comandare. Non è ben chiaro se sia stato Anthony a chiedere, fatti due conti, di essere pagato per un carico di lavoro sempre più grande e quasi ingestibile: dall’approvazione delle “richieste di amicizia” degli utenti alle risposte ad ogni tipo di quesiti. O se invece, semplicemente, qualcuno nello staff di Obama si sia reso conto che era più prudente avere un controllo più stretto dei contenuti e dell’animazione del social network. Il fatto è che i galletti hanno iniziato a beccarsi, prima di scatenare una zuffa bella e buona. Anthony ha cambiato la password di accesso al sito, impedendo agli Obama boys di metterci le mani e chiesto 49 mila dollari di compenso per il lavoro fatto fino a quel momento. Gli altri, per tutta risposta, non hanno avuto grandi difficoltà a farsi riconoscere da MySpace la titolarità del sito, chiaramente riferita al candidato, e hanno di fatto messo sotto sequestro lo spazio web. In cambio, ça va san dire, di neppure un centesimo.

Sbertucciato e infangato come l’ultimo dei profittatori, Joe Anthony in rete ha trovato invece molti supporter, profondamente delusi dal comportamento del “solito politico”. Chi rompe paga - il danno d’immagine e di consensi è tutto di Obama – ma in genere si tiene i cocci. Non sul web però: Anthony si è portato via ben 140 mila utenti “amici”, lasciando all’inconsolabile senatore solo 20 mila contatti, un numero inferiore persino a quelli dell’algida (e poco web) Hillary. E’ stato allora che Barack ha preso in mano la cornetta e ha chiamato direttamente il suo amico Joe, lasciandosi scappare, si dice, persino qualche lacrimuccia. Niente da fare, l’ex studendello californiano non dimentica e ha chiuso la chiamata spiegando al senatore che poteva scordarsi persino il suo voto. Prima di annunciarlo anche ai suoi 140 mila amici.

Walter Molino

Illustrazione di Marco Marella

Pubblicato su Linus di giugno 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

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