Se mi lasci non vale
Piange il telefono, sulla linea tra Washington e Los Angeles. Da una parte del filo c’è un giovane legale che si chiama Joe Anthony, fino a ieri sconosciuto ai più ma ben noto al popolo della rete (americano ma non solo). Dall’altra c’è Barack Obama, unico afroamericano al Congresso degli Stati Uniti, lanciatissimo nella corsa alle primarie del partito democratico, con il sogno di approdare alla Casa Bianca nel 2008. C’è tensione, come tra due amanti al passo d’addio, e a piangere è il senatore dell’Illinois. Parla, spiega, si scusa, rettifica: tutto inutile. Joe se n’è andato, e non ha nessuna intenzione di tornare. Né, tantomeno, di restituire la cassaforte con il bene più prezioso della campagna di Obama: 160 mila utenti “amici” contattati, raggruppati, coltivati uno per uno in quasi tre anni di attività del social network di Obama su MySpace.
Intanto il numero degli amici virtuali di Obama ha continuato a crescere a dismisura, così come il peso specifico delle sottoscrizioni per la campagna derivanti da internet. Un dato confermato anche dal rapporto sulla raccolta fondi redatta dalla Commissione Federale per le Elezioni, che nel primo trimestre dell’anno vede al primo posto, con più di 25 milioni di dollari, proprio Barack Obama, davanti perfino alla schiacciasassi Hillary Clinton. Non solo, ma secondo i dati del Campaign Finance Institute, grazie all’attivismo del popolo della rete, Obama può contare su moltissimi piccoli finanziatori, ben lontani ancora dall’aver sforato il limite massimo di contributi consentiti a favore di un candidato, fissato a 2300 dollari. Potenzialmente, una fonte quasi inesauribile e costantemente irrorata dal passaparola e dall’avvicinarsi dell’appuntamento decisivo delle primarie.
Al di là del bottino raccolto da Obama, il social network dei suoi sostenitori è diventato rapidamente un esempio virtuoso, un autentico caso studio planetario di utilizzo intelligente della forza partecipativa della rete. Quando il gioco si fa duro, però, non c’è fenomeno che tenga: i duri iniziano a giocare e vogliono anche comandare. Non è ben chiaro se sia stato Anthony a chiedere, fatti due conti, di essere pagato per un carico di lavoro sempre più grande e quasi ingestibile: dall’approvazione delle “richieste di amicizia” degli utenti alle risposte ad ogni tipo di quesiti. O se invece, semplicemente, qualcuno nello staff di Obama si sia reso conto che era più prudente avere un controllo più stretto dei contenuti e dell’animazione del social network. Il fatto è che i galletti hanno iniziato a beccarsi, prima di scatenare una zuffa bella e buona. Anthony ha cambiato la password di accesso al sito, impedendo agli Obama boys di metterci le mani e chiesto 49 mila dollari di compenso per il lavoro fatto fino a quel momento. Gli altri, per tutta risposta, non hanno avuto grandi difficoltà a farsi riconoscere da MySpace la titolarità del sito, chiaramente riferita al candidato, e hanno di fatto messo sotto sequestro lo spazio web. In cambio, ça va san dire, di neppure un centesimo.
Sbertucciato e infangato come l’ultimo dei profittatori, Joe Anthony in rete ha trovato invece molti supporter, profondamente delusi dal comportamento del “solito politico”. Chi rompe paga - il danno d’immagine e di consensi è tutto di Obama – ma in genere si tiene i cocci. Non sul web però: Anthony si è portato via ben 140 mila utenti “amici”, lasciando all’inconsolabile senatore solo 20 mila contatti, un numero inferiore persino a quelli dell’algida (e poco web) Hillary. E’ stato allora che Barack ha preso in mano la cornetta e ha chiamato direttamente il suo amico Joe, lasciandosi scappare, si dice, persino qualche lacrimuccia. Niente da fare, l’ex studendello californiano non dimentica e ha chiuso la chiamata spiegando al senatore che poteva scordarsi persino il suo voto. Prima di annunciarlo anche ai suoi 140 mila amici.
Illustrazione di Marco Marella
Pubblicato su
di giugno 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.