I ribelli del primo maggio digitale

Il primo maggio in America si lavora. La data deriverà anche dalla rivolta di Haymarket (Chicago 1886), ma per gli americani il Labour day è il primo lunedì di settembre. E così, mentre tutto il mondo festeggiava, Kevin Rose si trovava, come sempre, nel suo ufficio di San Francisco, istituzionalmente autorizzato a ignorare l’evento. Dopo tutto, se c’è uno che dello spirito del primo maggio può allegramente sbattersene le palle, quello è proprio Rose. Primo, perché ha trent’anni, un look tardoadolescenziale ed è una star della Silicon Valley. Secondo, perché, da un certo punto di vista, l’azienda da lui fondata si basa su principi opposti a quelli promossi dalla ricorrenza.

Il buon Kevin è infatti il papà di Digg, il più popolare tra i siti di informazione partecipativa della Rete, quelli in cui gli utenti fanno tutto: scelgono le news, decidono quali meritano di arrivare in prima pagina e poi si scatenano nei commenti. Per gli entusiasti è l’essenza della democrazia digitale. Per i pessimisti la versione post-moderna dello sfruttamento: lavoro gratuito e profitti ai padroni. Il risultato, nel caso di Digg, sembra dare ragione a questi ultimi: 11 milioni di visitatori al mese e tanta pubblicità a riempire le casse del management. Abbastanza perché nell’agosto 2006 il prestigioso settimanale economico BusinessWeek dedichi una copertina al giovanotto: sorriso furbo e pollici girati verso l’alto per il novello Fonzie dell’era hi-tech.

Considerate queste premesse, come dar torto a Rose se pensava davvero che il primo maggio 2007 sarebbe andato via liscio come l’olio? In fondo, per credere che le date simboliche richiamino, come magneti, eventi congeniali ci vuole un bel po’ di superstizione, merce notoriamente rara nella patria dei computer. Eppure, certe volte, in barba ad algoritmi e processori, è proprio così. Il nostro Kevin lo avrebbe imparato prima dello scoccare della mezzanotte.

Galeotto fu il codice
La colpa (o il merito) fu di un codice. Una serie di numeri e lettere che Chester Millisock, utente di Digg, decide di pubblicare sul sito. Per i comuni mortali questa stringa alfanumerica è arabo. Per gli smanettoni che frequentano Digg è il primo passo per aggirare le tecnologie anti-copia dei Dvd ad alta definizione. Una serie di protezioni così care ai produttori di Hollywood, che questi reagiscono alla notizia con la stessa flemma di un banchiere che abbia scoperto che Arsenio Lupin ha conosce le prime 9 cifre della combinazione a 10 numeri della sua cassaforte: panico puro. Il seguito è un film visto spesso in questi anni di “guerra alla pirateria”. A stretto giro di posta, Rose riceve una diffida che lo invita caldamente a eliminare l’informazione incriminata. Altrimenti, si legge nella lettera, i signori dell’intrattenimento porteranno il suo sito in tribunale. Kevin e soci prontamente si adeguano: codice cancellato e utente responsabile bandito.

Peccato che né lui né i colossi di Hollywood abbiano fatto i conti con due particolari. Digg non è un media tradizionale, e i responsabili di ciò che passa sulle pagine del sito sono gli utenti. E’ il primo maggio, e lo spirito di rivendicazione degli sfruttati aleggia anche tra i bit. Il combinato disposto di questi fattori dà vita alla prima vera rivolta dei lavoratori digitali contro i signori di Hollywood e i gestori del loro sito. Risultato: nel giro di poche ore, per protesta, quasi ogni notizia pubblicata su Digg contiene la stringa di codice incriminata. Per quante news cancelli, per quanti utenti estrometta, il management non riesce a tenere testa alla marea montante. Dopo tutto, sono proprio la facilità di pubblicazione e i meccanismi automatici di votazione che hanno fatto la fortuna di Digg. E ora si ritorcono contro i loro stessi inventori.

Nel frattempo, complici i meccanismi di passaparola che governano la Rete, la ribellione si estende. C’è persino chi si affretta a comporre una canzone il cui testo altro non è che il codice incriminato, ripetuto indefinitamente. Il videoclip, ovviamente, finisce subito su YouTube, con buona pace dei tycoon hollywoodiani che pensavano, con una semplice lettera, di ridurre la circolazione di un’informazione scomoda.

E’ ormai sera tardi quando, sfinito dalla potenza creativa delle masse virtuali, il povero Kevin Rose alza bandiera bianca: “A partire da adesso – annuncia sul blog aziendale - non rimuoveremo più storie o commenti che contengono il codice”. E’ stanco, Kevin. La domanda cruciale (a chi appartengono i siti partecipativi, al management o agli utenti?) gli sta già martellando la testa mentre la sua creatura rischia la chiusura a causa dell’assedio legale dell’industria dell’intrattenimento. Ma da ragazzo brillante qual è trova il tempo per un sussulto e, fedele al motto se non puoi batterli unisciti a loro, rilancia: “Abbiamo ricevuto il messaggio. Preferite vederci soccombere combattendo che chinare il capo di fronte a un’azienda più grande. Se perderemo, ecchediavolo!, almeno moriremo provandoci”.

Parole forti. Nel secolo scorso sarebbero uscite dalla bocca del protagonista di un film western o di un rivoluzionario sudamericano. Oggi, invece, le pronuncia un trentenne californiano, appassionato di informatica e aspirante miliardario che ha appena imparato due cose. Il sito che pensava suo, in realtà, non lo è. Il fantasma del primo maggio vive e lotta anche su Internet.

Raffaele Mastrolonardo

Illustrazione di Marco Marella

Pubblicato su Linus di giugno 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.

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One Response to “I ribelli del primo maggio digitale”

  1. I ribelli del primo maggio digitale | Tecnologia Says:

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