L’opera d’arte nell’epoca della copia digitale

«Oggi ho bruciato sette dischi!» - Non sono le parole un teppista, o un maniaco ossessivo, perché in inglese il verbo “to burn”, bruciare, sta ad indicare anche l’azione di masterizzare i dischi ottici, tipo CD e DVD, i quali possono essere scritti solo una volta, e quindi l’incisione li “brucia” per sempre. La masterizzazione è uno degli sport preferiti dei teenager, e al tempo stesso l’incubo dei produttori di contenuti, che in ogni disco copiato vedono una perdita secca del corrispettivo incassato in negozio.
Il filosofo marxista Walter Benjamin teorizzava, in un fortunato saggio del 1936, che la possibilità di riprodurre in molte copie le opere d’arte, consegnandole alle masse, avrebbe fatto loro perdere quella “aura” di sacralità che da sempre ne caratterizzava la fruizione. Contemporaneamente, però, nasceva l’industria dell’intrattenimento, che sulla produzione di massa delle opere creative fondava la sua immensa capacità di generare ricchezza. Oggi tutto questo sta finendo, poiché le tecnologie digitali consentono di riprodurre e diffondere qualsiasi tipo di opera (testi, fotografia, musica, film) ad un costo sempre più vicino allo zero. Si sta compiendo così un ulteriore passo in avanti, sulla strada della consegna delle arti in pasto alle masse.
E mentre si divaricano sempre di più le opinioni su cosa succederà veramente in futuro, i produttori tentano varie strade, per contrastare la circolazione incontrollata dei contenuti. Una è quella legale, l’altra è il combattimento con le stesse armi del nemico, le tecnologie: come avviene da sempre, si inventano nuove serrature, fino a che i ladri non sono in grado di scassinarle.
I Digital Rights Management (DRM) costituiscono l’insieme delle tecnologie antipirateria che i produttori di contenuti mettono a punto, di volta in volta, per impedire le copie o gli usi non autorizzati delle opere. Il carattere transitorio di questo approccio è testimoniato dall’uso dei DRM nei CD musicali. Tra il 2002 ed il 2006, alcune case discografiche hanno tentato di applicare i DRM ai propri CD, con esisti a volte disastrosi. I clienti si infuriavano, quando scoprivano che i dischi acquistati riuscivano ad ascoltarli con lo stereo, ma non col PC. O che non era possibile farsi copie di sicurezza, per preservare dall’inevitabile obsolescenza gli album del proprio artista preferito. Nel 2005 la Sony fu persino costretta a ritirare dal mercato milioni di CD, quando si scoprì che il DRM che vi era installato rendeva più vulnerabili i computer agli attacchi informatici. Ma ormai questa strada è stata abbandonata da tutti. Per ultima, a gennaio scorso, dalla EMI, con la motivazione che «i costi del DRM non sono all’altezza dei risultati».
In ambito cinematografico, invece, i DRM resistono, almeno nei negozi. Il sistema tuttora in vigore dal 1996 (“CSS”) impedisce le copie dei DVD; ma questo mercato, a differenza di quello musicale, ammette anche la possibilità del noleggio. Inoltre, sono talmente diffusi i software che permettono di aggirare tali limitazioni, che in pratica non esistono utenti che non siano in grado di procurarsi copie pirata dei film. Caso esemplare è quello del sito Digg.com, di cui potete leggere in queste pagine.
Il principale campo di battaglia, sul fronte dei DRM, è però rappresentato dalla vendita di musica on line, un settore molto florido, che deve fare i conti con la concorrenza dei sistemi per il libero scambio di files tra utenti (“file sharing”). E soprattutto col diffusissimo formato mp3, che consente di riprodurre un brano musicale con qualsiasi dispositivo, oltre che di farne copie e distribuirlo in rete senza limiti. La Apple, che con la sua vendita di musica su internet ha portato nuova linfa al mercato discografico, protegge i brani con DRM che ne consentono la riproduzione solo sugli iPod (della stessa Apple). Ma recentemente ha stretto un accordo con la EMI, che le consente di vendere, senza protezioni, l’intero catalogo della casa discografica, in formato mp3, seppure ad un prezzo maggiorato: 1,29 euro, invece di 0,99.
Nel campo dei video, la BBC ha invece scelto la strada opposta, rispetto alla Apple, avendo deciso di adottare, per il suo ricco catalogo di contenuti diffusi in rete, un DRM della Microsoft, che consentirà il download solo per periodo di tempo limitato, dopo la programmazione, e farà dissolvere i files entro trenta giorni. Sul fronte dei libri, assai diverso per caratteristiche, Google consente di effettuare ricerche testuali sull’intera propria biblioteca virtuale, ma i volumi protetti da copyright possono solo essere acquistati
Insomma, l’attuale fase vede l’industria dei contenuti intenta a mettere serrature dappertutto, facendo fronte ad una massa di utenti che sempre di più può scegliere se comprare o prendere gratis. Ma la questione dei DRM non può essere vista meramente come conflitto tra guardie e ladri, perché la regolamentazione della fruizione on line può anche consentire di mettere a punto nuovi modelli di business - e quindi anche di fruizione delle opere dell’ingegno - in un mercato digitale che è ancora tutto in via di definizione.
Paolo Subioli
Galera per chi scarica gratis la musica: come la pensano gli artisti
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Fonte: Chartitalia
Pubblicato su
di giugno 2007.
© Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A. Technorati Tags: drm digital rights management copyright copyleft musica scaricare p2p
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