La musica non ha bisogno di leader
C’era una volta Woodstock, che nel corso dei suoi «tre giorni di pace, amore e musica» affermò in via definitiva l’idea dell’ascolto musicale come azione collettiva, come atto di ribellione ed affermazione di un ordine alternativo. Pochi giorni dopo la fine del festival, nell’agosto 1969, Janis Joplin, che ne espresse con convinzione l’anima più blues, disse: «Quattrocentomila persone insieme e nessun capo. Noi non abbiamo bisogno di leader, noi ci teniamo l’un l’altro». Quasi quarant’anni dopo, quella visione, rivelatasi velleitaria rispetto agli obiettivi dichiarati («in una decina d’anni questo Paese potrà essere un posto decente dove vivere»), ha invece ottenuto la sua definitiva consacrazione nell’internet, la rete delle reti che, a parere di molti osservatori, può proprio essere considerata un frutto tardivo del più autentico spirito sessantottino.

In rete la musica non si ascolta da soli, né viene imposta da alcuno. L’ascolto musicale è una delle espressioni di quell’”intelligenza collettiva” che la rete stessa ha fatto emergere. Lo stato dell’arte di questa nuova dimensione dell’ascolto musicale è il servizio di radio on line Last.fm, un tipico prodotto della transizione di questo mercato dall’analogico al digitale. Ai tempi di Woodstock, i giovani erano animati da spirito di ribellione, e così i loro idoli del rock, ma il consumo di musica era comunque governato dalle case discografiche, che per decenni hanno avuto il potere di decidere quali artisti sostenere, cosa si dovesse trovare nei negozi di dischi, quanto doveva essere lungo un brano e di quanti brani dovesse composto un album. Con limitate eccezioni.
Poi l’internet, come si sa, ha cominciato a dare nuovo potere ai consumatori. Un potere che ha trovato la sua apoteosi nel file sharing (o peer-to-peer), un sistema dove le indicazioni di cosa ascoltare le persone se le danno da sole, con un meccanismo virtuoso del do-ut-des che fa a meno dei consigli del negoziante. Una repubblica libera dal copyright - come Woodstock lo era dalle convenzioni sessuali e dalle leggi sulla droga - che non ha smesso mai di crescere. Tanto che è stato stimato (BigChampagne) che in un mese vengono scambiati tramite file sharing più di un miliardo di brani musicali, a fronte dei due miliardi di canzoni venduti in tutto finora dall’iTunes Music Store di Apple, che detiene il 70% del mercato. La stessa vendita legale di brani musicali in rete è figlia dello scambio illegale, al quale le major si sono per anni strenuamente (ma invano) opposte, in nome del cd come unico veicolo di vendita.
La disponibilità di brani scaricabili dalla rete, in formato mp3, o ascoltabili in streaming, sta portando ad una vera e propria rivoluzione nel modo di ascoltare:
- più che gli album, si ascoltano i singoli brani;
- si ascolta la “vecchia” musica quanto la nuova;
- si ascoltano anche gli artisti più sconosciuti;
- l’ascolto non é più massificato, ma individualizzato;
- il consumo di musica è guidato sempre meno dall’industria e sempre più dagli altri consumatori.
È chiaro che tale radicale mutamento, nelle abitudini dei consumatori, influenza direttamente la stessa produzione musicale, la quale è sempre più libera dai condizionamenti dell’industria. Gli artisti meno noti sono facilitati, a discapito delle big star, e i musicisti possono stabilire canali di dialogo costante coi propri ascoltatori. Anche perché devono inventarsi modi sempre nuovi di guadagnare soldi con la musica. Caso emblematico di questa fase di transizione è quello degli Arctic Monkeys, divenuti prima celebri in rete e poi schizzati in vetta alle classifiche, appena hanno messo in vendita un cd. Ambienti digitali come MySpace, coi suoi cento milioni di utenti, consentono agli artisti la vendita diretta dei propri brani in formato mp3. È una lotteria, dove possono veramente vincere i migliori.
Nel frattempo è nato un nuovo medium: la radio su internet. Non intendo qui l’uso dell’internet come veicolo di trasmissione, che ormai è patrimonio di tutte le radio del mondo. Ma la radio personalizzata al cento per cento.
La quintessenza di questo tipo di radio è Pandora, un servizio creato nell’ambito del Music Genome Project, con l’obiettivo di “catturare l’essenza della musica fino alle sue particelle primarie”. Il Project utilizza più di 400 diversi parametri per descrivere i singoli brani: ritmo, tonalità principale, melodia, strumenti principali, eccetera. Tale analisi - cui possono ricorrere anche agli etno-musicologi per confrontare la cultura musicale di località diverse - consente di stabilire analogie tra brani in modo automatico. Su questa base, la radio on line Pandora.com è in grado di “suggerire” continuamente brani all’utente, a partire da una canzone o da un musicista prescelto inizialmente. L’utente stesso può affinare il sistema sempre di più, indicando, per ogni brano, il proprio eventuale gradimento. Il risultato è la radio conforme al cento per cento ai suoi gusti, la quale, peraltro, gli propone artisti fino a quel momento sconosciuti, in una dimensione di esplorazione. La stessa che anima i sistemi di file sharing. Geniale, no?
Ma il punto d’arrivo (per ora) è Last.fm, la radio su internet che “raccomanda” i brani sulla base di criteri non meccanici, poiché si fonda, da un lato, su ciò che l’utente stesso già ascolta per conto proprio sul PC con i vari player musicali (tipo iTunes o Windows Media Player) e, dall’altro, su ciò che ascoltano gli altri utenti che hanno gusti simili. Quando ci si sintonizza, dopo essere stati riconosciuti dal sistema, si può partire da una radio creata da ascoltatori con gusti omogenei, o dal nome di un’artista, o semplicemente da una parola qualsiasi. Anche qui si possono indicare i brani preferiti e quelli banditi, e ciascun nostro atto influenzerà le scelte per gli altri che ascolano cose simili alle nostre (ma possiamo anche esplicitamente mandare agli altri i nostri consigli). Peculiarità di Last.fm è di basarsi sull’attribuzione di “tag” (etichette), cioè parole chiave che gli utenti utilizzano liberamente per classificare i brani, magari per genere (“punk rock”) o stato d’animo (“chill”) o caratteristiche dell’artista (“soprano”) o quello che si vuole (“per viaggiare in auto”). L’etichettatura (“tagging”) è attualmente l’espressione massima del potere degli utenti in rete. Grazie ad essa, i contenuti possono essere catalogati in modo molto più efficace di qualsiasi classificazione a priori, tanto che si parla ormai di folksnomy (da “folk”, gente) quale superamento della taxonomy.
È finita dunque l’era delle etichette discografiche. Inizia quella delle etichette che ci pare. In quanto a consumi musicali, «non abbiamo bisogno di leader».
Paolo Subioli
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Pubblicato su
di marzo 2007. © Baldini Castoldi Dalai editore S.p.A.
Technorati Tags: music last.fm musica pandora linus filesharing p2p itunes
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